Se è stata una banda di giardinieri a profanare il
cimitero ebraico al Verano, se è una storia di racket insoddisfatto il
vandalismo contro cinquanta tombe, allora la vicenda romana si inserisce in
quel pullulare losco di affari che prospera ormai anche sui morti. Come quegli
oscuri giri di dipendenti di pompe funebri e infermieri, che periodicamente
vengono accusati di passarsi il nome del morto, una busta per ogni funerale
strappato ai concorrenti.
Non antisemitismo dunque, ma semplicemente una logica da
ricattatori dietro quel gesto, che avrebbe colpito il cimitero ebraico per
fare più rumore, per alzare la posta.
Ostaggi, insomma, quei cinquanta defunti strappati alla
loro pace; oggetto di trattative e minacce, e ritorsioni. Se questa è la
logica delle cinquanta tombe spaccate, allora il vandalismo del Varano è
nella stessa linea del rapimento della salma di Enrico Cuccia, sottratta da un
balordo di provincia per averne un riscatto. E abituati come siamo a sapere
che per tutto può venire chiesto un prezzo, pure questo andare a toccare i
morti è l'indicatore di un abbassamento ulteriore della soglia del rispetto
umano.
Hanno una lunga storia i nostri cimiteri. Fino
all'illuminismo, nell'Europa cristiana, i morti erano sepolti nei sotterranei
delle chiese e negli immediati dintorni: a significare una confidenza
assoluta, un essere ancora "loro", in mezzo ai vivi, certi come si
era di una vita ulteriore. È il secolo dei lumi - esibendo pur ragionevoli
obiezioni di carattere sanitario - a proibire queste tumulazioni e a espellere
anzi i cimiteri dalle città dei vivi. Fuori, lontano, oltre le mora. /Igiene,
sì, ma non solo, in quella cancellazione della morte dalle geografie urbane,
in quella massiccia rimozione architettonica). Poi, con l'era napoleonica, la
morte e i cimiteri sono riammessi ai margini delle città. Ma sono diventati
giardini, abbelliti di sculture e monumenti - il primo esempio è il Père
Lachaise di Parigi - che ai vivi dovrebbero ispirare rispetto dei defunti, e
nobili pensieri. Vengono infine i cimiteri del Novecento, spesso rigorosamente
progettati in serie di loculi tutti uguali. È il socialismo dell'edilizia
cimiteriale.
Ma in questi corsi e ricorsi del comune sentire verso i
defunti, non era sostanzialmente venuta meno una legge non scritta ma
fortemente interiorizzata: rispetto ai morti - per pietà oppure per un vago
timore, come se ne ha con ciò che va in un oltre sconosciuto. È un cedimento
da questo imperativo comune, spaccar le tombe per faccende di racket, o
chieder soldi, come è avvenuto per riavere la salma di un parente.
È l'effetto di una secolarizzazione penetrata fino a
quegli strati sociali di cultura più bassa, che però fino a trent'anni fa
conservavano perfino nell'emarginazione o nella bassa manovalanza criminale,
una sorta di codice: lasciar stare i bambini, lasciare stare i morti. Tabù
caduti per un timore venuto meno; accolti una volta nelle chiese, poi
cacciati, poi democraticamente allineati, inizia il tempo dei morti come
ostaggi, dentro un mercato che non risparmia nessuno.